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Bentrovati cari amici di Plissé, oggi l’ospite è Vanni Procioni, un uomo che per ben quattro decenni ha avuto a che fare con un problema abbastanza comune tra chi affronta una tossicodipendenza, ma ce ne parlerà lui.
«Buongiorno signor Procioni.»
«Buongiorno signor Saffi.»
«Signor Procioni, come sta?»
«Bene grazie, che bello qui.»
«È una redazione abbastanza essenziale, cosa l’ha colpita?»
«Ci sono due mosche che girano ma una è verde e l'altra rossa, non le avevo mai viste.»
«Non ci facevo caso, allora… Lei non è un tossicodipendente come gli altri, lo possiamo dire?»
«Fondamentalmente ho i problemi che hanno anche loro ma credo di essere l’unico ad aver tenuto un diario su un aspetto che vedo poco considerato.»
«Un diario un po' speciale signor Procioni, ce ne parli.»
«Non ho scritto soltanto dei soliti problemi che hanno in generale coloro che come me nutrono un grande affetto per la droga ma mi sono focalizzato sulle tante, troppe volte in cui finiva.»
«Quante volte è rimasto senza?»
«A occhio e croce più di diecimila.»
«E lei ha annotato tutte le date?»
«Mancano i primi anni, quelli dell’adolescenza.»
«E quindi a un certo punto ha pensato di segnarsi tutto. Ma come le è venuta l’idea?»
«Grazie alla roba. Se non mi fossi drogato penso che questo diario conterrebbe esperienze molto diverse; può anche darsi che non mi sarebbe mai venuta l’idea di tenere un diario. Non so come sarebbe andata.»
«Il testo che lei mi ha mandato è impressionante: saranno tremila pagine.»
«Ogni volta che rimanevo senza la roba facevo come tutti: cercavo di procurarmela, ma dopo essermi fatto aprivo il diario e scrivevo qualche considerazione; a volte riguardava le bugie, altre i rischi, la lista — come potrà immaginare — è lunga e ogni episodio ha le sue peculiarità, sfaccettature…»
«Quindi secondo lei signor Procioni non è vero che la vita di un tossico sia un déjà-vu di esperienze che si ripetono sempre alla stessa maniera.»
«Assolutamente no, anzi, le dirò di più…»
«La ascolto.»
«La vita di un drogato è molto più varia rispetto a quella di chi, ad esempio, è costretto a lavorare ogni santo giorno nello stesso luogo e poi a casa trova sempre la solita donna.»
«Detta così, però, mi scusi… Io la intervisto volentieri perché lei ha fatto un lavoro straordinario ma non vorrei che si facesse l'apologia di un comportamento censurabile, ecco. Non lo so neanch'io, magari cerchi di raccontarmi alcuni aspetti senza far trapelare compiacenza. Prego.»
«Ma io non voglio dire che la mia vita sia stata migliore di chi l’ha passata costruendo una famiglia, facendo figli o lavorando per contribuire al benessere del Paese: sotto questo aspetto il mio impegno è stato proprio nullo. Io mi riferivo solo al fatto che il drogato ha mediamente una vita più ricca di esperienze nuove.»
«Però signor Procioni credo che siano esperienze di cui molti farebbero a meno.»
«Per carità, ha ragione: loro non sanno mica cosa si pèrdono. La vita del tossico non sarà tutta rose e fiori come sembra all’inizio ma non è neppure così detestabile, sempre che non si finisca la roba…»
«Eppure finisce, e anche spesso mi pare.»
«Sì signor Saffi, finisce ogni volta, a volerla dire tutta.»
«Il problema saranno i soldi…»
«Sta tutto lì signor Saffi, sta tutto lì.»
«Molto spesso chi si droga non riesce a tenersi un lavoro.»
«Verissimo, però mi creda, se anche avessi sempre lavorato non mi sarebbero comunque mai bastati i soldi.»
«E per questo continuo bisogno quali e quanti sbagli lei ha commesso?»
«Ah, il diario contiene un bel po' di aneddoti.»
«Spaccio, rapine…»
«E tanto altro…»
«Cose di cui si vergogna?»
«Cose con estranei, mai visti prima.»
«A me stupisce la capacità che lei ha avuto nel trasformare il rito del buco in qualcosa di simile a un mantra accessibile al comune lettore.»
«Erano esperienze — ma lo sono ancora — talmente piacevoli che ritenevo dovessero essere fissate in qualche modo. Intendiamoci, non sono uno scrittore e neanche ho quella velleità, però sentivo di dover raccontare ciò che provavo.»
«Mi scusi, ma il diario non è incentrato sulle volte in cui finiva la roba? Non avrò capito io…»
«Sì, però come le accennavo ho trovato istruttivo anche scrivere di certe sensazioni che solo la roba può dare.»
«Lei però signor Procioni non mi ascolta…»
«Perché?»
«Io la metto su un binario ma lei mi sguscia sull’altro. Insomma…»
«È che mi viene spontaneo, starò più attento.»
«Allora, dicevamo che la roba finiva perché il suo diario è incentrato su quello e, quindi, cerchiamo di parlare di quello…»
«Va bene signor Saffi, va bene, la roba… Dopo essermi fatto di solito la roba finiva, non è comune per chi vive certe situazioni pensare alle scorte.»
«Quindi nel suo testo troviamo la descrizione di ogni esperienza positiva o meno di quasi quarant’anni di tossicodipendenza.»
«Certo, da quello che un tempo chiamavano “paradiso artificiale” al momento in cui ti dici: “porca miseria, l’ho finita un’altra volta…”»
«Ha mai pensato in quarant’anni a prendersi una pausa da questa, chiamiamola cronaca, della sua condizione?»
«Io no, ma per colpa dello Stato sono stato costretto a interromperla quando ero dentro.»
«Ma non mi può dire “per colpa dello Stato” signor Procioni…»
«Allora diciamo “a causa dello Stato”.»
«È uguale…»
«Forse non sarà giusto dire che lo Stato ha fatto bene o fatto male: avrà fatto quello che doveva fare, però il carcere mi ha impedito di dare continuità alla mia testimonianza.»
«Perché? In carcere non gira la droga? Non ci credo.»
“Gira, però io non potevo scrivere le mie esperienze proprio per proteggere i miei compagni e per non rischiare di finire sotto la lente delle guardie: quel che ci teneva un po' su di umore sarebbe finito ancor prima.»
«Quindi il metadone in carcere non serve.»
«Serve eccome, ma poi come fai a sballarti se non ricorri a coca, crack o qualche cannetta?»
«Quanti anni ha adesso signor Procioni?»
«Il dodici agosto ne faccio cinquantatré.»
«Cosa pensa di essersi perso dalla vita?»
«Qualche chilo di eroina: sempre per il fatto che la finivo sempre.»
«Ha capito cosa intendevo…»
«Allora… Le dico come la penso, poi lei è libero di credermi o no.»
«Dica.»
«Ci sono moltissimi ex tossici pronti a raccontare che avrebbero voluto una vita diversa, bla bla bla. Personalmente a me mancava solo la roba quando finiva. Ho parlato di questo con svariati psicologi, in galera e anche fuori, e loro mi comprendevano perfettamente. Quando si hanno dodici o tredici anni e l’impressione di aver risolto ogni problema con quelle sostanze, poi non si va più alla scoperta del mondo come fanno i ragazzini puliti; a me non me ne fregava niente di avere una ragazza, per far cosa poi? È così divertente passare il tempo a star dietro alle sue paturnie? Viaggiare: a che pro? Poi ti ritrovi chissà dove e non sai neppure dove trovare la roba; con l’aggravante poi di aver speso un sacco di soldi per spostarti quando avresti potuto utilizzarli per comprare quello che desìderi davvero.»
«Lei è veramente un tossicodipendente testardo, non si offende, vero?»
«No signor Saffi, lei lo sa perché dopo i trent'anni la gente smette di sentirsi coinvolta nella musica nuova?»
«Avevo letto qualcosa ma se me lo dice così credo che sappia spiegarlo meglio lei.»
«Perché è il sound che ascoltiamo da ragazzini a darci piacere per tutta la vita e le altre esperienze positive di quell'età vengono premiate allo stesso modo. Se per assurdo quando ero giovane mi fossi buttato a studiare teologia credo che ancora oggi ricercherei quella sensazione. La droga non è il problema.»
«Allora torniamo a quella raccomandazione che le avevo fatto prima; non mi può chiudere un discorso del genere così, abbia pietà.»
«Signor Saffi, è la biologia umana.»
«Sarà così, le è mai successo di andare in overdose?»
«Un paio di volte, da ragazzino.»
«Dicono che il risveglio sia duro.»
«Durissimo. Tra i medici c’è chi scherza chiamandolo “un bagno di realtà”: quanto cinismo.»
«Ma li avrà ringraziati, credo.»
«Certo, se non fosse stato per loro non avrei potuto continuare a farmi.»
«Lo ha rifatto: non poteva dire invece, che ne so, che non avrebbe mai scritto il suo diario?»
«Giusto, ma mi è venuto in mente prima quello…»
«È una battaglia persa signor Procioni… Mi racconti un po' dei modi in cui a lei finiva sempre la roba, sempre e solo per i soldi?»
«Beh, sì, come le ho già detto prima, essere poveri non aiuta il drogato.»
«Ma non rigiri sempre il discorso, gliel’ho già detto, per capirci: se avesse affermato “essere poveri ostacola la tossicodipendenza” non era già meglio? Colga queste sfumature, non voglio che si pensi a un panegirico su questo tema.»
«Va bene, comunque oltre al problema della scarsità di denaro che ostacola chi vuole vivere liberamente e al meglio la propria vita c’erano e tuttora ci sono altri scogli su cui s’infrange la fragile esistenza di un uomo che finisce la droga: a volte ho preso dei pacchi per esempio.»
«Roba finta.»
«Sì, e quando ti accorgi che non ti fa niente realizzi di aver finito pure quella.»
«Quasi umoristico, mi scusi…»
«Ha capito perché sentivo il dovere di descrivere le mie impressioni anche su certe situazioni assurde?»
«Un incubo.»
«Sì, e in quello specifico caso anche più grosso del solito perché poi devi andare a cercarne altra ancora, più in fretta e con la paranoia che ti freghino di nuovo.»
«E magari i soldi sono finiti…»
«Certo, i soldi se li è presi il truffatore.»
«Ovvio.»
«E non lo posso neanche denunciare…»
«A proposito, il suo rapporto con le forze dell’ordine?»
«Decente direi, comunque loro certe volte sono proprio i responsabili, lo devo dire.»
«Si spieghi, responsabili di cosa?»
«Di farmi finire la roba, e di cosa se no?»
«Gliela portano via perché lo devono fare.»
«Giuro che io li rispetto ma a volte mi sembra che se ne approfittino.»
«Di cosa? Non è legale, gliela portano via e basta.»
«Basta fino a un certo punto signor Saffi, la metà delle volte mi tocca andare in questura perché vogliono farmi il verbale; una seccatura che porta via solo del tempo, a me e a loro.»
«E l’altra metà delle volte invece?»
«La sequestrano e mi lasciano andare via sùbito senza tante formalità.»
«Ma non mi sembra tanto normale…»
«Non lo so, adesso che ci penso forse ha ragione… Comunque alla fine preferisco loro.»
«E dopo che se ne vanno?»
«Rimango senza.»
«Sempre su e giù come sulle montagne russe.»
«Ma lei lo sa, signor Saffi, che ogni dannato secondo su questa Terra ci sono ben sei persone che si dicono “ho finito ancora la roba”? Sono numeri pazzeschi.»
«In effetti. Ha mai pensato di pubblicare il suo diario signor Procioni?»
«Verrebbero fuori più di dieci volumi, chi si metterebbe nella libreria una cosa così impegnativa?»
«Chi ha molto spazio da occupare con un’opera abbastanza originale: tra la Bibbia e una collana di ricette culinarie per esempio.»
«La ringrazio del complimento e dell’accostamento con la Bibbia ma non me la stamperebbe nessuno.»
«Oggi ci sono le edizioni elettroniche e la stampa su richiesta, ne potrebbe ordinare una decina di copie, così per cominciare, ci pensi.»
«A dir la verità un pensierino gliel’ho fatto però credo che se un testo è valido debba interessare all’editoria tradizionale, non sarò molto moderno…»
«Un po' la penso come lei, va bene, non avrei altre domande. Le faccio i miei auguri e la saluto signor Procioni.»
«Arrivederci... Ah, per i soldi?»
«Le servono proprio adesso?»
«Prima di iniziare l’intervista sono rimasto senza.»
«Senza…»
«Senza soldi, senza roba…»
«Tenga, 50 avevamo detto.»
«Grazie, c’è uno che mi sta aspettando, non vorrei tardare.»
«Quindi tra poco rimarrà senza soldi e poco dopo senza roba.»
«In un quarto d’ora al massimo mi libero di tutto signor Saffi.»
«Che vita che le tocca fare però…»
«Ma l’ho scelta, e poi, come succede a tutti rimarrò senza anch’io.»
«E non farà neppure in tempo a dire che l’ha finita.»
«Non ne sentirò il bisogno, io voglio crederci.»